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Ciò che fa male, parla!

  • gipanarellapsy
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Ciò che fa male, parla

 

Qual è il confine tra la salute mentale e la patologia?

Siamo in un’epoca in cui si è costantemente alla ricerca di un’etichetta diagnostica: l’ADHD non si toglie a nessuno, le aule sono piene di bambini cosiddetti dislessici o discalculici, e anche tra gli adulti ciascuno di noi potrebbe catalogarsi come depresso, bipolare, ossessivo e così via.

Allo stesso modo nella tendenza allo smodato raggiungimento di un benessere anche un percorso di cura può erroneamente puntare, come a un miraggio, a uno stato di soddisfacimento completo, volto a estirpare ogni possibile forma di radicamento al proprio sintomo.

 

E se vi dicessi che la nostra più intima essenza, la strada per realizzare se stessi nel proprio desiderio, ha origine proprio a partire dal sintomo che più ci caratterizza?

 

La psicoanalisi lacaniana offre a tal proposito alcuni spunti decisamente interessanti che permettono, con poesia e rigore al contempo, di restituire alla condizione umana la sua dignità mettendola in salvo dal rischio sempre presente di un’oggettificazione.

 

Jacques Lacan spesso utilizzava simboli e matemi per rappresentare dei concetti.

Il simbolo che ha utilizzato per rappresentare il SOGGETTO ($) è lo stesso che utilizza per rappresentare il SINTOMO ($) – come indicare di una coincidenza tra il Soggetto e il proprio Sintomo.

Nella venuta al mondo, e nell’inevitabile stato di subordinazione rispetto al campo dell’Altro in cui siamo immersi, infatti, vi è per tutti un momento in cui qualcosa ci tocca, come un urto che abbiamo subìto, che ha investito il corpo prima ancora che noi potessimo avere le capacità di simbolizzazione per poterle elaborare.

A diversi gradi possibili di intensità e con differenti configurazioni, quell’urto ci segna.

 

Immaginando che un filo rappresenti noi stessi e la nostra storia, quel qualcosa che a un certo punto ha iniziato a farci soffrire è paragonabile a un nodo: qualcosa che ci stringe, ci fa male, eppure ha conferito la forma propria di quel filo. Quel nodo può rappresentare il modo in cui, nel tempo, abbiamo reagito a ciò che ci è accaduto. Nodo e filo sono un tutt’uno, proprio come lo sono il Sintomo e il Soggetto. Ecco perché in un percorso di cura il punto non è tanto quello di eliminare il sintomo, di tagliarlo via, quanto di dargli voce e riannodarlo agli intrecci della vita in modo nuovo.

 

Cosa vuol dire dare voce al nodo?

Come suggeriva il titolo: ciò che fa male, parla.

Lacan insegna che il Soggetto, nella sua intima relazione al proprio sintomo, emerge nell’atto della parola. Nel Seminario II dell’autore si legge un bellissimo passaggio, in cui scrive che la differenza tra una macchina e l’essere umano è che nella macchina ciò che non arriva a tempo semplicemente cade, mentre nell’essere umano il desiderio di riconoscimento insiste e presenta la sua rivendicazione attraverso l’atto di parlare.

 

Detto altrimenti, di fronte a quell’urto che abbiamo subìto, l’essere umano a differenza di una macchina si fa sentire attraverso la parola oppure, spesso, attraverso una forma sintomatica che in un messaggio cifrato comunica ciò che non si è detto e che ha, parimenti, la funzione di dire. In un percorso analitico si tratta, infatti, di dare voce a quel sintomo per cogliere il messaggio che quella manifestazione incarna.

 

In linea con quanto affermato finora, si comprende allora perché Lacan concluda che un lavoro analitico portato fino al suo compimento giunge all’identificazione al proprio sintomo.

Questa frase non invita, certamente, a godere masochisticamente del proprio sintomo.

Al contrario significa che, a partire da quel sintomo, vi si può stabilire una nuova alleanza. Ciò che causava o causa sofferenza non viene affatto eliminato, ma diventa qualcosa da poter maneggiare a da poter utilizzare per realizzare se stessi nel senso più proprio. Ad esempio, una persona con sintomi ossessivi, che è paralizzato dal controllo dei dettagli senza concludere mai un lavoro, può scoprire che quella precisione è parte del suo stile e servirsene, ad esempio scegliendo di diventare un programmatore o un revisore. In tal senso non combatte più la sua tendenza ma può usarla in un legame con l’Altro.

È per questo che Lacan insiste sul fatto che la fine di un’analisi non coincide con una normalizzazione della persona, bensì come una identificazione al sintomo, cioè un accordo vitale con la propria inclinazione. Allora ciò che prima dominava il soggetto, può diventare lo stile singolare di vivere e di desiderare.

 
 
 

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