Il nuovo imperativo: dover essere felici. Una riflessione a partire da Lacan in Kant con Sade
- gipanarellapsy
- 15 lug
- Tempo di lettura: 3 min
La sensazione di insoddisfazione che si può provare nei momenti dedicati al benessere, al riposo e al divertimento è, nella nostra epoca, qualcosa che accade molto più comunemente di quanto si pensi.
Per provare a comprendere meglio questo strano meccanismo, partiamo dal saggio dello psicoanalista Jacques Lacan Kant con Sade, in cui vengono messe a paragone due forme di imperativo che, seppur declinate in modi opposti, seguono sorprendentemente la medesima logica.
Il filosofo Immanuel Kant parlava della “legge morale”, valore così assoluto da divenire per lui un “imperativo categorico”. Si tratta di un dovere senza compromesso: agire solo secondo quella massima che puoi volere che diventi una legge universale.
Con l’esempio estremo del marchese Sade, invece, Lacan vuole mostrare un’altra forma possibile di imperativo, quella orientata al godimento. Sade era un aristocratico francese che fu coinvolto in una serie di scandali sessuali che procurarono processi, arresti e una pessima reputazione. Tuttavia lo psicoanalista sottolinea che le pratiche di libertinaggio di costui non avevano niente a che fare col piacere; in primo piano c’era un’obbedienza assoluta alla legge del godimento. Nei romanzi di Sade infatti i libertini pianificano tutto, stabiliscono regole rigidissime e portano avanti comportamenti eccessivi che non nascono da impulsi incontrollati, bensì dall’obbedienza rigorosa a un principio. È questa trasformazione del desiderio in dovere che permette a Lacan di leggere Sade come il “rovescio” di Kant: entrambi mettono al centro un imperativo assoluto, ma uno lo orienta verso la legge morale, l’altro verso il godimento.
Gettando un ponte più diretto con la psicoanalisi, iniziamo col dire che c’è uno strettissimo rapporto tra il dovere e il Super-io, ossia la voce che, con gradi di severità diversi per ciascuno, ci dice cosa dobbiamo fare. Chiaramente va specificato che quello di Sade è un esempio decisamente estremo di un Super-io che con la massima severità possibile determina una legge assoluta che deve essere seguita ciecamente in un modo specifico e particolarmente problematico che non rappresenta ciò che accade tipicamente. L’accenno a Sade, perciò, non va preso come riferimento alla lettera per capire cosa accade di solito, ma va inteso come caso estremo che tuttavia mostra un principio generalizzabile: esiste un tipo di legge che non ha a che fare con la morale ma con il godimento.
Lacan a partire da queste riflessioni e dall’osservazione della società contemporanea sviluppa un’idea molto acuta e afferma che oggi c’è un nuovo comando che, con severità, impone di essere soddisfatto: dover godere. Pensiamo a messaggi come “Sii sempre la versione migliore di te”, “Sii felice”, “Fai esperienze straordinarie”. Se non si è felici, produttivi o appagati ci si sente in difetto. Il comando del Super-io non è più soltanto repressivo, ma è una richiesta incessante di prestazione e godimento che può generare ansia e senso di insufficienza.
Lacan osserva così che oggi si assiste a un cambiamento della voce del Super-io, dal “Devi!” al “Godi!”. Lo psicoanalista francese, che amava molto i giochi di parole, per esprimere questo concetto gioca con un’omofonia tra due termini: JOUIS (che in francese significa, appunto, “Godi!”) e J’OUIS (“io odo”, “io ascolto” – una voce). L’istanza del Super-io, infatti, è intimamente legata alla “voce”. In che senso? Per semplificare possiamo dire che tendenzialmente il Super-io di ciascuno si forma a partire dalla “voce” del proprio Altro di riferimento (ad esempio l’Altro genitoriale, ma non solo) nelle parole che abbiamo ascoltato e vissuto come un comando, un obbligo, cioè le regole che abbiamo udito e poi interiorizzato e che per noi rappresentano le condizioni per essere amato (ad esempio: Dover essere un bravo bambino; Dover essere responsabile eccetera …). Ecco che questa omofonia tra due termini, jouis e j’ouis serve per rimarcare che oggi, la voce del Super io, ci dice soprattutto questo: “Godi!”.
Il paradosso è che, in questo modo, il piacere entra nel circuito severo del dovere ed è impossibile da realizzarsi. Si innesca così un circolo vizioso in cui più ricerchiamo quello stato di benessere come se fosse una prestazione, più ne siamo frustrati e più aumenta il senso di colpa per non aver soddisfatto le aspettative (nostre e degli altri!). E oggi molti guru del benessere sono purtroppo assolutamente dentro questa macchina propinando famigerate pillole di felicità quando la chiave sarebbe invece proprio nel suo contrario: mollare la presa.
Come mollare la presa? La cattiva notizia è che non c’è una soluzione immediata per imparare a farlo e, se si pretendesse questo, senza accorgersene si starebbe punto e daccapo … Non ci sono grandi scorciatoie ed è, piuttosto, qualcosa che accade come effetto all’interno di un lavoro su di sé. La buona notizia, però, è che si può individuare e riconoscere ciò che sta accadendo ed è un ottimo punto di partenza.
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